Ma nei tuoi occhi disabitati forse mi perdo il conto di quante ore servono per costruire un delirante amore. E quanto poco basta per lasciarlo andare. Non ci aspettiamo più. Abbiamo fatto passi giganti per gambe troppo corte. E siamo stati quasi ovunque, ma senza andare oltre. Ma chi si aspetta, fissa l’universo senza chiedersi il motivo. Ed un soffitto fino a che non sembra vivo. Non ci aspetti amo più.
Niccolò Agliardi
ph Jonė Reed
mercoledì 26 settembre 2012
Non ti piacque mai ricevere Le lettere che ti spedii. Ma ora hai capito l'essenza Di quello che le mie lettere significavano. Le stai leggendo ancora, Quelle che non bruciasti. Le premi contro le tue labbra, Le mie pagine di preoccupazione.
Io dissi che c'era un'alluvione. Io dissi che non c'era rimasto niente. Io speravo che tu saresti venuta. Ti diedi il mio indirizzo. La tua storia era così lunga, La congiura così intensa, Ti servirono anni per attraversare Le linee di auto-difesa. Le sagome ferite appaiono: La sconfitta, la distesa gremita; E semplice cortesia quì, La solitudine prolungata. Tu cammini dentro la mia stanza. Tu stai in piedi vicino alla mia scrivania, Incomincia la tua lettera Per colui che verrà dopo.
sabato 22 settembre 2012
Un non ammettere la ferita Finché non divenne così larga Che tutta la mia Vita vi entrò.
Emily Dickinson
mercoledì 19 settembre 2012
Ci sono poesie che andrebbero messe in tasca, per tirarle fuori quando servono. Ci sono poesie che andrebbero caricate come pistole, per premere il grilletto e ammazzare il dolore che, se rimane inspiegato, cresce.
Giulia Carcasi
martedì 18 settembre 2012
Il tuo odore – l’incontrovertibile e brutale odore dell’amore – rimane intatto mentre i baci volatilizzano nella propria gioia e l’umidità diventa una cosa sola con la pelle.
Il tuo odore, invece, impregna fino al midollo. Fino a quel luogo segreto dove s’annida il desiderio e costringe a lasciare intonsi i piatti del pranzo e a danzare ancora verso il letto, morti di fame d’amore.
Indizi - Juan Gustavo Cobo Borda
mercoledì 12 settembre 2012
«Ma allora, cos’è che ti conforta?» «La certezza della mia libertà interiore, » disse lui dopo aver riflettuto « questo bene prezioso, inalterabile, e che dipende solo da me perdere o conservare. La convinzione che le passioni spinte al parossismo come capita ora finiscano poi per placarsi. Che tutto ciò che ha un inizio avrà una fine. In poche parole, che le catastrofi passano e che bisogna cercare di non andarsene prima di loro, ecco tutto. Perciò prima di tutto vivere: Primum vivere. Giorno per giorno. Resistere, attendere, sperare».
Irène Némirovsky, “Suite francese”
sabato 8 settembre 2012
Io non so perché muoio e affogo. Non so di chi sono la preda. Non so di chi sono l'amore.
Ma il motivo per cui mi piace non sta nel brivido con cui ci inebria e ci consegna all’oblio. Sta nella compagnia che ci regala e con la quale ci rincuora, nel conforto che proviamo a possedere un corpo da cui si è attratti: unire il nostro corpo a quel corpo, sentircelo dentro e addosso. Alcuni sostengono che l’amore fisico non è che un mezzo per procreare, continuare la specie, ma si sbaglian di grosso. Se non fosse che questo, gli esseri umani si accoppierebbero soltanto quando hanno un uovo da fecondare cioè come gli animali. (Ammesso che gli animali si accoppino veramente per fecondar l’uovo e basta.) No, l’amore fisico è assai più di un mezzo per continuare la specie. E’ un mezzo per parlare, comunicare , farsi compagnia. E’ un discorso fatto con la pelle anzichè con le parole. E, finchè dura, niente strappa alla solitudine quanto la sua materialità. Niente riempie e arricchisce quanto la sua tangibilità. Però è anche la più potente droga che esista, la più grossa fabbrica di illusioni e di equivoci che la natura ci abbia fornito. La droga, appunto, dell’oblio. L’illusione che l’oblio duri per sempre.
Una volta lui aveva detto qualcosa che lei non riusciva ad immaginare: gli amputati sentono dolori, crampi, solletico alla gamba che non hanno più. Così si sentiva lei senza di lui, sentendolo là dove non c’era più.
Gabriel García Márquez
sabato 1 settembre 2012
Ogni parola che scrivo è soltanto un altro modo per dire il tuo nome. Anche se scrivo cielo, musica, terra, dolore, io sto scrivendo sempre e soltanto te.
T. Scarpa
Prima di giudicare la mia vita o il mio carattere..
Mettiti le mie scarpe, percorri il cammino che ho percorso io.
Vivi il mio dolore, i miei dubbi, le mie risate..
Vivi gli anni che ho vissuto io
e cadi là dove sono caduto io e rialzati come ho fatto io..
Ognuno ha la propria storia.
E solo allora mi potrai giudicare.