un po’ come un animale selvatico che va in città,
ma poi mi basta uno sguardo bello, una parola bianca, un sorriso
e sto meglio.
Ma resto una clandestina, una barbona delle parole.
Sangue di profuga.
Una che le viene da chiedere scusa, perché è fuori luogo.
Vado sempre in cerca di poesia, nutre una mia batteria fondamentale,
la cerco nei boschi, nella notte, negli alberi, negli animali, nei libri,
negli ascolti, negli sbagli. Soprattutto, nella mancanza.
Se accetto di mancare,
di assaporare quel mio mancarmi sempre, arriva una brezza di parole.
È un dono assolutamente immeritato, non sono stati gli studi, né l’intelligenza, nemmeno la sensibilità, e non certo la bontà,
nessuna dote positiva e nemmeno negativa.
È così, solo un dono ingiusto.
E lo accolgo con un salto e ballo e ballo come una vecchina pazza, felice.
Chandra Livia Candiani

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